16.01.2020

Negare, disinformare, depistare, screditare. Sono i pilastri della strategia difensiva dell’ex padrone dell’Eternit Stephan Schmidheiny, imputato davanti a quattro tribunali italiani per la strage (più di 3.000 morti) causata dall’amianto delle sue fabbriche, che ritroviamo in una sua recente, delirante ma al tempo stesso interessante intervista.
Un’intervista, rilasciata (non certo casualmente) a poche settimane dall’inizio di un nuovo importante processo per i morti di Casale Monferrato, attraverso la quale cerca di farsi passare di fronte all’opinione pubblica elvetica (soprattutto della Svizzera tedesca) come vittima di un cieco accanimento giudiziario, come un «perseguitato» da magistrati e giudici di un Paese «fallito». Anche grazie alla compiacenza degli intervistatori, ripropone la sua tesi: ho fatto tutto il possibile per ridurre i danni dell’amianto allora conosciuti, ho investito in sicurezza e nella ricerca di fibre alternative, ma oggi, a decenni di distanza, vengo trattato come un assassino. Cosa che lo avrebbe portato a «odiare gli italiani».
Ma probabilmente il suo “odio” nasce più che altro dal fatto che l’Italia è l’unico Paese in cui dei magistrati hanno indagato sul suo operato e ne hanno scoperte di ogni. L’eccezionale lavoro svolto per lunghi anni dalla Procura di Torino ha consentito di raccogliere vagonate di solidissime prove contro Schmidheiny. Indipendentemente dal fatto che si arrivi o no a una sua condanna definitiva (il percorso giudiziario non è certo privo di ostacoli), oggi sappiamo che Mister Eternit ha dato ordine di mentire agli operai sulla pericolosità dell’amianto, si è servito di scienziati corrotti a sostegno di questa tesi infiltrandoli addirittura nelle agenzie dell’Onu allo scopo di delegittimare gli studi scientifici seri, non ha fatto nulla per ridurre la dispersione delle pericolose polveri nelle fabbriche e nell’ambiente circostante, ha organizzato in maniera sistematica la controinformazione attraverso i media, ha fatto spiare i familiari delle vittime e i magistrati torinesi che indagavano su di lui. Il tutto nel nome del profitto, della difesa del suo patrimonio e di sé stesso, che indubbiamente continuano a essere per lui le massime priorità.
Le dichiarazioni di oggi confermano che Schmidheiny non è cambiato. Neanche un po’.

Fonte: AREA