Il 29 novembre si voterà sull’Iniziativa multinazionali responsabili. Oggi il Consiglio federale ha ribadito il suo mantra: estendere la responsabilità delle imprese svizzere attive all’estero anche alle loro filiali e ai fornitori economicamente dipendenti è eccessivo e rischia di mettere a repentaglio posti di lavoro. La posizione espressa dal Governo non sorprende se consideriamo tutto quanto è successo dietro le quinte del processo parlamentare. Di rado un’iniziativa popolare ha avuto un iter così lungo, travagliato e caratterizzato da manovre d’ostruzionismo, come questa che chiede alle più grosse imprese svizzere di rispettare anche all’estero i diritti umani e le norme ambientali. Eccone un resoconto.

Di lui non esiste una foto senza cravatta. Ruedi Noser, consigliere agli Stati (Plr, Zh), incarna alla perfezione il doppio ruolo di politico e uomo d’affari: patron dell’omonimo Noser Group, membro del Cda di varie società, tra cui Credit Suisse, è l’esempio tipico del deputato che, sotto la Cupola, porta avanti le rivendicazioni del mondo economico. Non c’è sessione delle Camere federali in cui Ruedi Noser non offra i suoi due pass per l’accesso al parlamento a Lorenz Furrer e Andreas Hugi, fondatori e proprietari della più nota agenzia di relazioni pubbliche della Svizzera, la furrerhugi Ag.

A pochi passi da Palazzo federale, questa società possiede il raffinato ristorante La Clé de Berne, sorta di club privé dove avvengono quelli incontri informali che possono, magicamente, trasformarsi in mozioni o interpellanze. Come rivelato da Le Temps, nel giugno 2014, il controverso gigante del commercio di materie prime Glencore ha incaricato l’agenzia di migliorare la propria immagine in un settore che, complice anche i numerosi scandali, stava per essere regolamentato. Per raggiungere questo obiettivo, Lorenz Furrer e Andreas Hugi, con la regia dell’amico Ruedi Noser, hanno invitato alcuni parlamentari nel loro ristorante. Una riunione colloquiale, per far conoscere ad alcuni politici la direzione di Glencore e che ha preceduto di qualche settimana l’annuncio della strategia del Consiglio federale sulle esigenze in materia di trasparenza per le società di trading.

Operazione SuccèSuisse

Oltre a coprire gli interessi politici di Glencore, furrerhugi si sta occupando di contrastare l’Iniziativa multinazionali responsabili: lo fa su mandato di SuccèSuisse, un’associazione che vuole «riunire le forze liberali che si oppongono alle visioni di coloro che vogliono mettere a repentaglio la nostra prosperità e sicurezza sociale». Come reso noto da Republik, SuccèSuisse è all’origine di un sito Internet (https://guter-punkt.ch/) che compare come pubblicità occulta a fianco degli articoli online dei giornali di Tamedia e che toccano l’argomento dell’iniziativa multinazionali responsabili.

Il sito si spaccia per essere un fact-checking indipendente e intende «contribuire a sdrammatizzare l’importante dibattito sull’iniziativa multinazionali responsabili e a promuovere una cultura del dibattito». In realtà si tratta di un portale di parte, colmo di fake news, il cui dominio Internet, così come quello del suo mandante SuccèSuisse, è detenuto dalla furrerhugi. Dietro a tutta questa operazione c’è quindi la più potente agenzia di relazioni pubbliche della Svizzera. Se il segretariato di SuccèSuisse presso la furrerhugi di Berna è gestito da Andreas Hugi, il comitato direttore è affidato al sempre presente Ruedi Noser.

Non è quindi un caso se, nel settembre 2019, il senatore zurighese è stato il promotore di una mozione che ha stralciato dall’ordine del giorno il dibattito che il Consiglio degli Stati avrebbe dovuto affrontare in merito al controprogetto all’iniziativa elaborato dal Consiglio nazionale. Una mossa, quella di Noser, che ha avuto un duplice effetto: ritardare per mesi l’iter parlamentare dell’iniziativa (evitando ai senatori di mostrare la loro posizione poco prima delle elezioni federali) e dare slancio al nuovo, inconsistente, controprogetto promosso dal Consiglio degli Stati.

Il primo controprogetto

Depositata tre anni fa e sostenuta da oltre cento organizzazioni della società civile, tra cui Unia, l’Iniziativa multinazionali responsabili ha da subito smosso gli animi della politica federale. D’altronde in questi anni gli scandali si sono succeduti a ritmo incessante: da quelli che hanno coinvolto la citata Glencore, ai pesticidi tossici vietati in Svizzera ma venduti da Syngenta in giro per il mondo, gli esempi di imprese elvetiche implicate in vicende poco degne sono davvero tanti. Ciononostante, Consiglio federale e parlamento hanno subito respinto un testo giudicato troppo vincolante. Tuttavia, coscienti del potenziale dell’iniziativa e del forte impatto emotivo che avrebbe alimentato la campagna, il Consiglio nazionale ha scelto di opporvi un solido controprogetto. Un testo promosso grazie anche al lavoro di esponenti borghesi, come i consiglieri nazionali Hans-Ueli Vogt (Udc, Zh) e Christa Markwalder (Plr, Zh).

Un controprogetto che, nonostante fosse una versione blanda dell’iniziativa, era stato giudicato favorevolmente dagli stessi iniziativisti al punto che, qualora fosse stato accettato dal parlamento, avrebbero ritirato la propria proposta. Questo controprogetto, sostenuto anche da una parte del mondo padronale – soprattutto da quello romando e dai giganti del commercio al dettaglio Migros e Coop – restava però troppo forte per altri attori economici, rappresentati da economiesuisse e Swissholdings. Ecco così entrare in scena Ruedi Noser che, con la sua mozione d’ordine sostenuta poi dalla maggioranza dei senatori, è riuscito a fare slittare il dibattito di mesi. «Ogni tattica di ostruzione immaginabile è stata usata contro questa iniziativa! (…) non ho mai visto niente del genere. Tutto ciò rasenta lo scandalo» aveva tuonato all’occasione il senatore Robert Cramer (Verdi, Ge).

La controproposta alibi

Se Noser ha fatto gol è perché, qualche settimana prima, aveva ricevuto un assist dalla consigliera federale Karin Keller-Sutter. Dopo aver specificato che la Svizzera non poteva restare inattiva in questo ambito, la ministra sangallese aveva messo sul tavolo una proposta che prevede d’imporre alle grosse multinazionali di redigere un rapporto annuale sul loro obbligo di dovuta diligenza in materia di diritti umani e rispetto dell’ambiente. Una proposta ultraminimalista che, come svelato dal settimanale Wozporta la firma di Swissholdings, l’associazione mantello di multinazionali quali Glencore, Syngenta o Nestlé.

Vediamo di riassumere. A marzo 2019, Denise Laufer, membro di direzione di Swissholdings, scrive una mail a Heidi Gmür, assistente personale di Karin Keller-Sutter. Si chiede uno scambio di vedute sull’iniziativa multinazionali responsabili. Gmür suggerisce una conversazione telefonica e accenna al fatto che, sull’argomento, è già previsto un incontro tra l’associazione e la ministra. Due settimane dopo, Laufer e Gmür si incontrano nella caffetteria della Banca cantonale bernese, un luogo noto per colloqui confidenziali nella Berna federale. Da allora si susseguono gli scambi tra l’ufficio della Keller-Sutter e Swissholdings che propone l’adozione di una «terza via» per «uscire dall’attuale impasse». L’idea iniziale della potente associazione è quella di dissuadere il Consiglio nazionale dal suo controprogetto, spingendo sul fatto che il Governo potrebbe fare qualche passo nello spirito dell’iniziativa. Ma la strategia non ha funzionato: la Camera del popolo è infatti andata avanti con il suo controprogetto. Due mesi dopo, il 14 agosto 2019, Karin Keller-Sutter toglierà dal cilindro la “sua” proposta. Un progetto in linea con quanto richiesto da Swissholdings: la condizione di un rapporto annuale specifico, ma nessuno obbligo vincolante.

Con la sua manovra, la ministra sangallese ha strizzato l’occhio al Consiglio degli Stati. L’obiettivo era evitare che la Camera dei Cantoni approvasse il controprogetto del Consiglio nazionale. In vista delle elezioni federali, l’esito della scelta dei senatori era in bilico: con la proposta di Karin Keller-Sutter sul tavolo, però, era più facile per i senatori avere un’alternativa. Tanto più che, proprio col pretesto della proposta della ministra, Ruedi Noser è riuscito a ritardare il dibattito. È così che, in dicembre, il senatore Beat Rieder (Ppd, Vs), ha ripreso la proposta di Swissholdings trasformandola nel nuovo controprogetto del Consiglio degli Stati.

La battaglia finale

Rinviato tutto a causa del coronavirus, la partita parlamentare su questo dossier la si è giocata nella recente sessione di giugno 2020. E anche qui non sono mancati i giochi sporchi e i colpi di scena. In primis, quello orchestrato dietro le quinte da Nestlé e raccontato da Republik. La grande multinazionale, membra anche della Federazione delle industrie alimentari svizzere (Fial), un’associazione che a maggio si è schierata a favore del controprogetto del Consiglio nazionale, ha messo sul tavolo la sua proposta. Temendo forse che il blando controprogetto degli Stati potesse far passare l’iniziativa, Nestlé ha fatto una proposta dell’ultimo minuto proponendo una versione light del controprogetto del Nazionale. Un’offerta che toglieva un punto scomodo alle imprese – quello dell’inversione della prova in caso di processo – e che avrebbe avuto anche il sostegno degli iniziativisti, pronti a ritirare il testo se questa versione fosse passata. Ma così non è andata.

A ben cinque anni dal lancio dell’iniziativa, dopo infiniti dibattiti parlamentari, ore di lavoro in commissione, ad inizio giugno tutto era ancora incerto. Entrambe le Camere hanno mantenuto le loro posizioni. Si è dovuto così convocare una conferenza di conciliazione, cosa che avviene quando i due consessi non riescono a risolvere le divergenze neanche dopo tre riunioni consecutive. È questo gremio composto da 26 deputati, 13 senatori e 13 consiglieri nazionali, che stabilisce quale controprogetto dovrà essere scelto. Se a sinistra le posizioni erano chiare, al centro e a destra vi era più incertezza: tutto sarebbe dipeso, insomma, dai deputati scelti. Le pressioni su Udc, Plr e Ppd si sono così fatte sentire affinché inviassero le “persone giuste”. Ecco così che l’Udc non ha inviato Hans-Ueli Vogt, responsabile del dossier per il partito, ma promotore del controprogetto vincolante; stesso discorso per il Plr che, al posto di Christa Markwalder, ha inviato Christian Lüscher, grande oppositore di qualsiasi norma e membro di SuccèSuisse. Alla fine ad imporsi è stato il controprogetto light del Consiglio degli Stati: 15 a 11, con i due voti mancanti di Vogt e Markwaler a fare la differenza (in caso di parità, il voto del presidente, un deputato Ps, sarebbe valso il doppio).

Fatta questa scelta, le due Camere hanno poi seguito la linea del controprogetto soft. Un semplice rapporto su carta patinata che entrerebbe in vigore qualora l’Iniziativa venisse respinta il prossimo 29 novembre. Basterà questa operazione di facciata? Al popolo la scelta.

di Federico Franchini, titolo originale “La legge dettata dalle multinazionali”, tratto da Area